Quell’uomo era un uomo con un etichetta con sopra scritto “Taxi”. Un’etichetta rossa con una scritta Gialla. “Taxi” era ben in vista, che quasi l’uomo non si vedeva. Stava appuntata alla maglia e ti cadeva la faccia sulla scritta, all’uomo non ci facevi caso. Il tassista stava sul marciapiede, davanti al binario, guardava il treno arrivare. Era l’unico sul marciapiede, non c’era nessun altro in quella minuscola stazione, nemmeno un cane randagio, nemmeno una suora. La sua bocca era una bocca aperta, sorrideva e cercava con lo sguardo qualcuno da accogliere. Io lo stavo osservando da dietro un finestrino del treno, quest’uomo che all’improvviso, stranamente, mi appariva un uomo più uomo degli altri: solo e sorridente davanti a decine d’occhi affacciati sull’etichetta d’un prodotto che sta in piedi su due gambe. Il sorriso attraversava le distanze. Il treno era pieno di viaggiatori. S’accalcavano sui finestrini i ragazzini festosi in gita, i cappellini acquistati in un qualche negozio per turisti s’ammucchiavano sul finestrino. Il tassista sorrideva. Il muso nero d’una donna impaziente annusava la fermata. Il tassista sorrideva. Un ragazzo trasandato incrociava le braccia e misurava il finestrino con i gomiti, spuntava la sua testa come un cuculo da un orologio. Il tassista sorrideva con la bocca allenata a lasciar scivolare la gente su quella curva di carne.
Sorrideva e aspettava che qualcuno scendesse e tutto doveva apparigli perfetto: c’era il suo sorriso, c’era il treno pieno, c’era la sua etichetta ben in vista e gli sguardi dai finestrini. Avrà pensato che non mancasse proprio nulla, che c’era tutto quel che serviva per fare il suo mestiere. Così si è fatto un poco più avanti, quasi tendendo la mano per aiutare a scaricare una valigia che certamente sarebbe comparsa in bilico davanti ad un paio di gambe. Ma non è sceso nessuno, soltanto un ragazzino per riprendere il cappello portato via da un calcio di vento. Non è sceso nessuno. Una donna sbucata all’improvviso dal sottopasso è salita in fretta tirandosi dietro due vecchie valige.
Le porte che si erano aperte poco dopo si sono chiuse. L’uomo ha spento lo sguardo come quando non si vuol consumare qualcosa che al momento non serve, come quando si spegne una luce uscendo da una stanza, o si chiude un rubinetto per non lasciar scorrere inutilmente l’acqua. Il treno è ripartito e pure il tassista, guardandosi i piedi, più muto di un pesce calato nelle profondità dei suoi abissi. Si allontanava senza imprecazioni, né squallidi sussurri, contorto in se stesso, stanco: la curva di carne che animava la bocca era comparsa sulla schiena, il peso che trasportava non si poteva vedere con gli occhi, ma era vivido, lampante. Il treno correva verso la prossima fermata e il tassista si ritirava con il suo sorriso riposto in un fazzoletto e ficcato in tasca, come un naso da pagliaccio da indossare appena se ne presenti l’occasione. Nel frattempo i passeggeri eccitati dimenticavano l’uomo e la minuscola stazione, si dirigevano poco lontano in una stazione più grande per ascoltare la musica che li aspettava. Un qualche festival eccitava l’aria nei vagoni ed erano diretti tutti lì. L’attesa era oramai conclusa. L’uomo con l’etichetta non avrebbe potuto fare nulla per loro. Trasportarli in cima ad una collina e lasciarli in una piazza vuota, scaricare le valige in un albergo ancora più vuoto. Chi avrebbe potuto ingannare? C’era la musica che attendeva tutti e l’uomo l’avrebbe capito che quella sua stazione non interessava a nessuno, che la musica ti fa dimenticare i boati, gli scricchiolii, i pensieri che vibrano nell’orecchio. Il treno correva veloce e poco dopo erano tutti in piedi, pronti a scendere e a vivere. Come era stato pronto quell’uomo.

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