see Quel misero giardino era stato sistemato per l’occasione, si intuiva la frettolosa manutenzione: l’erba era stata tagliata malamente (con troppi ciuffi sopravvissuti), il prato ingiallito era attraversato da un tubo malandato che pareva un’immobile serpente imbalsamato. Due piante agonizzavano, le rovine di un aiuola stavano nascoste dietro un tavolo. Le sedie erano d’una plastica invecchiata e parevano giganti gomme da masticare impregnate di catrame. Attraverso il giardino si intuiva la miseria: c’era una piccola piscina gonfiabile priva d’acqua afflosciata come una medusa rifiutata dal mare e abbandonata sulla sabbia, una sedia a sdraio consumata dalla ruggine e dalle troppe schiene, c’era una bicicletta senza sella accasciata dietro un cespuglio rinsecchito . C’era una donna che contava i palloncini mentre li appendeva alla recinzione. Poi c’era l’uomo che stendeva una tovaglia cercando inutilmente di coprire tutta la lunghezza della tavola, e una bambina silenziosa che giocava in disparte. Una donna stava più in profondità nella visione, oltre i confini del giardino, appoggiata al muro della casa a schiera. Una donna con la faccia slavata che fumava con accanimento una sigaretta e guardava chi si adoperava per la festa. Questa donna gettava sul giardino uno sguardo cupo, emanava una rabbiosa amarezza con un sorriso cattivo. Io stavo camminando sulla strada e osservavo quel quadro malato con una curiosità inquieta. C’erano tutti gli elementi della festa: i palloncini, la tovaglia colorata, le bottiglie pronte in uno scatolone. C’era tutto fuorché l’eccitazione. Se ne stavano in silenzio in compagnia delle loro azioni, non c’era nessuno che lasciasse traspirare una molecola di gioia, nessuno che rimproverasse o scherzasse, nessuno che spaccasse quell’aria immobile con una qualche esclamazione. Assomigliavano tutti a quelle statuine che si muovono meccanicamente nei presepi. I fili di queste si intravedono sotto gli arti meccanici svelando la finzione. Fili d’altro genere nascosti dietro ai movimenti animavano quelle persone nel giardino, fili impercettibili di cui si intuiva l’esistenza. Quando il giardino era comparso all’improvviso avevo subito rallentato per osservare la scena. Poi si erano accorti della mia presenza e mi avevano restituito uno sguardo pieno di sdegno: la donna che fumava, l’uomo, la donna con i palloncini. Quest’ultima m’aveva fissato esibendo una posa ridicola: inginocchiata con le mani che stringevano un infantile palloncino. I miei piedi mi avevano tirato via e il muto incontro si era concluso in uno sciogliersi di sguardi in rovina. Non posso esserne certo, ma in seguito ho pensato che un fatto spiacevole fosse accaduto in quel giardino. Un’improvvisa notizia che sconvolge un giorno di festa, quando la festa è oramai sulla soglia di casa. O può darsi fosse solamente il lento permeare nella coscienza della miseria, proprio quando la festa sta per cominciare. La miseria che si cela nel quotidiano con i trucchi del mestiere, ma che è difficile spazzare via dalla faccia d’una celebrazione. Mi sono difeso da questi pensieri che avevano cominciato a tagliarmi la strada scacciandoli con il dubbio d’una allucinazione, con il dubbio d’ un’erronea valutazione dovuta ad una “perversa” forma mentis che mi perseguita: imbattersi e non lasciar andare, imbattersi e trattenere, stare all’erta.

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Immagine: © C.Fenicio - "Garden"

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