Quattro giorni in ritardo

 

Diario di un anno in forma poetica, narrativa, fotografica

25 novembre 23.23

 

source site Una faccia ti lascia sempre un’impressione, un gruppo di facce che stanno insieme ti lasciano un’impressione su una compagnia, le facce d’un quartiere sono le facce del quartiere, le prendi insieme ad altri pezzi di realtà, come una cosa che riguarda quello spazio e che non puoi valutare di per sé. Per esempio di Trastevere mi è rimasto impresso il tipo che stava in un bar quando sono arrivato, quella faccia per me rappresenta Trastevere, può essere l’archetipo delle facce del quartiere. Di Trastevere mi pare che io possa averne già una idea rievocando la faccia di quel tipo sulla cinquantina e le sedie di plastica dei bar. Le facce di Trastevere potrei definirle facce trascurate in ordine, e le sedie di plastica sedie candide slavate.

follow url A Roma le facce sono troppe. Ti devi fermare per riposarti. Devi cercare un angolo vuoto per riposare la vista. Se dietro ad una faccia c’è sempre una storia anche le storie sono troppe, le storie possibili che gli occhi ti suggeriscono sono ancora di più. Per uno come me le percezioni divengono insostenibili, devo abbassare lo sguardo, oppure concentrarmi su una faccia solamente. Se alla fine ritrovo la mia in uno specchio mi stupisco della mia espressione smarrita, quella espressione sta in mezzo a migliaia di altre e chi la incontra si sofferma ben poco a capirla, dovrebbe capire con un’occhiata ogni passante e finirebbe di certo a ripetere grumi di parole in un qualche placida casa di cura. Per un passante che voglia rimanere lucido la mia faccia è un niente, anche se per me conta molto, anche se credo che non ci sia nulla di più importante, anche se mi specchio in ogni vetrina e controllo come da fuori si vede.

Dentro la Cappella Sistina le gente guarda in alto e per quanto sia bello imitarli per ammirare gli affreschi, stare in mezzo alle facce che stanno protese, ammassate e silenziose, è ancora più stupefacente: costretti a fare silenzio e a rimanere immobili intrappolati nella calca dinnanzi agli affreschi (ammoniti anche dagli uomini della sicurezza) e ad alzare la testa, tutti stretti gli uni agli altri, gli uomini sembrano tutte statue in un’unica posa; può darsi che Michelangelo ci abbia pensato. Non avendo voglia di dipingere chi sa che lassù non ci abbia lasciato un paio d’occhi per guardare l’opera? Sotto, ogni volta, diviene nuova ed è fatta da facce, da uomini, mobili strutture nella vita, che si fanno statue per ammirare la bellezza, o almeno per non essere da meno di chi l’ammira. Le facce negli affreschi hanno tutte un espressione netta, facile da capire, quelle espressioni dovevano essere capaci di raccontare una storia senza poterla dire, perciò è impossibile fraintenderle.

Anche noi affreschiamo la terra e siamo uno spettacolo, guardati da lontano e da vicino celiamo e sveliamo l’arte di stare al mondo portandosi appresso sempre una faccia, la porta che lascia uscire le cose che stanno dentro, chiuse, in un altro posto.

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