Quattro giorni in ritardo

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Diario di un anno in forma poetica, narrativa, fotografica

2 settembre 00.38

source link D. non è morto. L’ho sentito al telefono due giorni fa. Non che dovesse morire o rischiasse, ma è sempre meglio specificare quando si scrive la breve storia di qualcuno. D. è biondo e alto, è come ti immagini un bielorusso, in fin dei conti è proprio bielorusso. Non è come ti immagini un russo, cioè anche la figura di un russo va bene per immaginarselo, ma D. ci tiene a specificare che non è russo. Non bisogna fraintendere: non è un nazionalista, non ama la sua terra come un fanatico ama la sua causa e non ha votato Lukašenko, anche se Lukašenko probabilmente ha detto che anche D. l’ha votato. D. lo avevo visto l’ultima volta dieci anni fa. Sei anni di fila la mia famiglia l’aveva ospitato, era un ragazzino, amava le maschere per scoprire i pesci nei mari italiani, la bicicletta, faceva lunghi pianti raramente, ma solo per qualche sciocchezza; sapeva rifare il letto meglio di me che ero un ragazzotto vivace. Poi per varie ragioni, commistione di caso, denaro e distanza, D. è scomparso dalla nostra vita. 

https://howlclubhouse.com/wms-free-slots-usa Dieci anni sono lunghi, dieci anni mi fanno sentire vecchio, perché è la prima volta che guardando indietro di dieci anni posso riconoscere una mia identità, un tempo che è esistito, che è nella mia mente, posso riconoscere cosa ero, posso comprendere i desideri e le meraviglie di quel periodo e capire quanto ora io sia distante da quel me. No, non è vero, è solamente il racconto dei ricordi, tramandati fino ad ora. Diciamo che si può capire chi siamo solamente nel presente, come un uomo che con una torcia, camminando per la sua strada, di notte, sia costretto ad illuminare solamente  la terra sotto i suoi piedi: dentro quel cerchio di luce il viandante esiste e si può descrivere, dietro di lui il buio nasconde le sue tracce. 

D. l’abbiamo ritrovato questo anno grazie ad un altro bielorusso, S. , e ad numero di telefono scritto su una vecchia rubrica che ha compiuto da poco vent’anni. D. ha vissuto una vita complessa e dura, ma si è sorretto e slanciato lo stesso, ed è ora un ragazzo, un vero esemplare di bielorusso: biondo, alto, occhi azzurri e voce bassa. Come un Russo per chi non avesse dimestichezza con la Bielorussa (che si è resa indipendente dall’URSS il 27 luglio del 1990, il cui presidente è stato definito “l’ultimo dittatore e tiranno in Europa”). La cosa che mi ha stupito nel ritrovarlo è che i rapporti tra persone che non si vedono da tanto tempo rimangono come congelati. Appena è arrivato in Italia l’ho guardato ed era un ventiquattrenne con qualche anno in più nel volto, mi ha sorriso. Dopo pochi giorni eravamo come eravamo stati dieci anni prima. Abbiamo mantenuto lo stesso modo di scherzare ad esempio. M’ ha prestato i suoi occhi per un paio di mesi, per guardare la gente, i palazzi e le situazioni dal suo punto di vista.  follow url Perché qui la sera i vecchi sono sempre in giro? Mi domandava sempre. E non sapevo dargli una risposta. Certamente i nostri vecchi non sono i loro, i nostri vecchi sono più giovani dei loro. Quando un giorno G. cercò di fargli apprezzare una bella vecchia vespa, simbolo d’italianità, non riuscì a comprendere. Disse semplicemente  go to site Questa non è bella, perché era vecchia. Da dove viene lui amano il nuovo.

É stato dodici anni in un istituto D., e un giorno emozionato mi ha raccontato come con i suoi compagni fossero una specie di famiglia. Il giorno prima di andarsene, l’ultimo giorno dell’ultimo anno all’istituto,  organizzano sempre una festa d’addio e stanno insieme fino all’alba, poi, si capisce, ognuno va per la sua strada. Per la tua strada, dove vive D., ci puoi andare anche  con trenta gradi sotto zero e con il vento che ti vuol mangiare gli occhi. Qui D. dormiva seminudo sotto il porticato per il caldo che faceva, ce lo trovavo spesso quando tornavo dai miei usuali vagabondaggi notturni. Gli dicevo che proteggeva la casa, ma non lo avrebbe svegliato nemmeno un colpo di fucile. Spesso gli preparavo il caffè, operazione che lo affascinava e che meravigliava anche me, soprattutto quando si passò dalla proposta casuale al rituale d’ogni sera. É partito a metà agosto, è tornato nella Bianca Russia.

Da poco giorni si è trasferito a Minsk, vicino alla ragazza. Non ha altri nella sua vita, a parte qualche amico (ed ora noi). Quando l’ho sentito qualche giorno fa mi ha detto che dorme con altri due in una stanza. Era contento: del suo paesino molto spesso diceva  non c’è niente.Insieme a tanti muratori costruirà un centro commerciale, dice che pagheranno abbastanza. Tirar su centri commerciali è una pratica che accomuna oramai tante città. A Minsk sono fortunati ad avere D. che sa montare pavimenti con la cura d’un vecchio artigiano. Quando tornerà in Italia ci porterà le foto della sua nuova vita, le foto dei suoi lavori, come ce ne ha portate di quelli passati. Intendo a me, a mio fratello, ai miei genitori, a tutti quelli che lo hanno conosciuto nello stivale. Mi è sembrato felice, allora può darsi sia il momento giusto per fissare la sua storia.

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